Religione, religiosità e fanatismo religioso - Riflessioni sul cattolicesimo di oggi

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Religione, religiosità e fanatismo religioso

  Religione, religiosità e fanatismo religioso...



di Vieri

Da un po' di tempo, anche in funzione delle recenti esperienze, sto analizzando i risultati della mia vita ed il mio rapporto con Dio.  

La principale scoperta, se così si può dire, è stata, per tutta una serie di strani motivi, quella di essere riuscito forse a comprendere il vero significato della fede e che cosa effettivamente significhi.  
Fino ad oggi in effetti la mia “serenità” si basava principalmente sia sul mio rapporto con Dio e sulla coerenza nel rispettare i suoi comandamenti, sia dall'esame dei “risultati” sinora acquisiti in termini di affetti e di lavoro. Ero su una strada sbagliata.  

La fede, non è alla fine un qualche cosa che si “guadagna” e si acquisisce con le opere ma è un dono, un regalo di Dio nei nostri confronti.  
Su questo tema, ho avuto modo di analizzare recentemente la parola “generoso” che deriva sicuramente da “generare” e come viene detto nel Credo: “generato e non creato della stessa sostanza del Padre” parlando della nascita di Gesù Cristo, alla fine è come per un parto: “mettere, una parte di noi stessi per dare al mondo una nuova creatura.  

Allora se Dio ci dona questa “fede”, è sicuramente un Dio “generoso” e quindi “dona una parte di sé stesso per la nostra salvezza, come del resto ha fatto Gesù immolandosi sulla croce per il perdono dei nostri peccati.  
L'Eucarestia è pertanto il continuo rinnovamento e ricordo di questa “donazione”. La presa di coscienza di ricevere giorno per giorno, in ogni istante della tua vita, un dono così grande per non dire “immenso” deve farci riflettere sulle nostre capacità di accettarlo con le mani sempre aperte e non chiudendo spesso i pugni con le nostre debolezze.  

In breve, riprendendo la parabola di Gesù quando alla domanda del giovane ricco di cosa dovesse fare per guadagnare il regno di Dio, rispondendo in prima battuta che aveva sempre rispettato tutti i precetti, Gesù gli dette una risposta shock: “vendi tutto, dallo ai poveri e seguimi”.....  

Diverse possono essere le interpretazioni e la più immediata e letterale è che l'unica via per il Paradiso sia quella di cedere tutti i propri beni materiali e seguire Gesù.  

Ritengo però che questa parabola non debba essere presa alla lettera ma da inserire in un contesto decisamente più ampio e leggendo altri passi del Vangelo quali:  

• Zaccheo che viene salvato accogliendo Gesù nella sua casa e donando la metà dei suoi beni ai poveri, oltre a restituire 4 volte il maltolto a chi aveva rubato....

• La lettera di San Paolo circa la funzione indispensabile delle varie membra che fanno però sempre parte di un unico corpo.....  

• La parabola dei talenti dove ognuno di noi, deve far fruttare in opere ed in amore quanto poco o tanto ricevuto......  

• Io porto non la pace ma la spada e se non odierete i vostri padri e, madri, ...non entrerete nel regno di Dio.....  

• Gli operai dell'ultim'ora dove anche gli ultimi ricevono la stessa paga dei primi....  

La mia riflessione, è pertanto in aperto contrasto con chi legge e desidera applicare alla lettera solo ed esclusivamente alcune letture del Vangelo senza avere una chiara visione del completo messaggio di Cristo.  

Questa non è religione é ortodossia e fanatismo religioso che ci avvicinerebbe come ragionamento ai testimoni di Geova.  

A differenza di un Dio ebraico o islamico che pur, misericordioso e ben disposto nei confronti dei credenti, ci guarda e ci osserva sempre dall'alto dei cieli rappresentando sempre un giudice inflessibile e oserei dire “giustiziere” nei confronti di chi non rispetta le sue “regole”, il Dio cristiano è un Dio che si è fatto uomo.  

Un Dio pertanto che conosce meglio di tutti le nostre debolezze e soprattutto, come uomo risorto, ci è sempre vicino, non dall'alto, ma sempre presente in mezzo a noi.  

Il Dio cristiano è un Dio Salvatore, un Dio che donandoci la fede in lui è sempre generoso nei nostri confronti. Il senso vero della resurrezione è che Lui non è il Dio dei morti ma dei vivi.  

Il vero cristiano, come lo intendo, contrariamente ai retaggi del passato dove si era nel mondo per espiare i suoi peccati e che solo attraverso il dolore e la sofferenza si arrivava al Cristo, deve essere una persona amante della vita poiché anch'essa, ritenuta un dono, deve essere vissuta sempre in pienezza anche con le sue contraddizioni.  

Sarò anche giudicato un “miscredente” ma cambierei il “Salve Regina” dando a questa preghiera un significato più di gioia e di speranza e non di costante lamento. Un cristiano vero deve avere sempre la gioia nel suo cuore poiché questa “gioia” è la sua speranza sia nel superare le avversità della vita sia nell'affrontare con serenità il giorno della sua morte.  

Ciò che mi turba è il costante riferimento da parte di alcuni catechisti ad essere considerati sempre dei peccatori. Non è che questo non sia vero, ma è anche vero che Dio, ci ha creati così e ci vuole pertanto bene così come siamo anche se indipendenti dal suo volere partendo dal cosiddetto “peccato originale” di Adamo ed Eva.  

Non vorrei poi riprendere gli antichi retaggi biblici dove la malattia e la sofferenza, insiti nell'uomo come essere mortale, derivano essenzialmente dai suoi peccati, considerando poi come “impuro” chi era più sofferente.  
Gesù Cristo è stato messo in croce dai sacerdoti ebraici del tempo anche perché ha sempre voluto ribaltare questi concetti dove la parola “salvezza” e “perdono” risuonano in ogni parola del Vangelo indipendentemente dalle credenze e dal rispetto delle leggi ebraiche, vedi ad esempio il maniacale rispetto del sabato.  

In particolare, su questi temi mi ha particolarmente colpito a Gerusalemme la presenza di numerosi ebrei ortodossi con i loro vestiti e cappelli neri ed il loro stile di vita basato più sul rispetto degli atti formali che sulla condivisione e la tolleranza.  

Da questi ragionamenti traspare quindi il fatto, secondo la mia opinione, che le forti parole lette in alcuni passi del Vangelo si devono sempre riferire ad un contesto più ampio di amore di Dio nei nostri confronti.  

Dio non ci vuole “poveri” ci vuole “amanti”.  

Perché ho detto “amanti” ? La fede in Cristo, la vera fede, oltre a non rappresentare “il semplice rispetto delle regole”, non deve essere il frutto di un ragionamento, di un pensiero, di una scelta, ma un fatto estremamente emotivo, come l'amore.  

Se uno ti domanda: “perché vuoi bene a tua moglie” ?  
Se le vuoi veramente bene, la prima cosa che rispondi è una “non risposta”, cioè: “le voglio bene e basta”.  

Poi successivamente parlerai di lei e delle sue qualità, ma prima di tutto non devi dare spiegazioni logiche su un fatto emotivo. Al vero amore non si devono dare spiegazioni razionali. In tal caso non sarebbe “amore”.  

Così vedo la fede in Cristo: un amore totale e incondizionato che deve superare sia i beni terreni che gli affetti e questo “amore” è in grado di spiegare poi logicamente certe parabole apparentemente dure e tassative quali , per Cristo, la rinuncia agli affetti ed ai beni terreni ai quali spesso siamo morbosamente attaccati.  

Quand'è allora che questa “fede” è vera e sincera o “camuffata spesso da semplice fanatismo? Se hai un occhio esperto ed un po' di anni sulle spalle quella “vera” la leggi semplicemente negli occhi e sul viso e dalle poche parole di alcune persone......” i puri di cuore”  

Ma allora in conclusione, tutto quello che hai fatto nella vita, anche di buono, a cosa serve infine se è solo la fede che ti salva?  
Gettiamo tutto alle ortiche e ci mettiamo ad un certo punto della vita solo a pregare ed invocare Cristo? Su questo tema le parole di San Paolo dalla 1° lettera ai Corinzi (13, 1-13) dicono che le basi del cristianesimo sono “la fede, la speranza e la carità” concludendo però che fra queste la carità è la principale fra tutte.  

La carità è paziente, è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno.  

Rileggendo poi il Vangelo “ a modo nostro” allora diciamo: “non è necessario allora dare tutto ai poveri ma basta fare ogni tanto della carità come la intendiamo noi e cioè dare qualche spicciolo o anche qualche cosa di più per essere salvati e , aggiungerei “coprire” così i nostri peccati barattandoli per delle elemosine....” Continuiamo a non capire niente.......  

La parola “carità” è anche tradotta con “amore” (La “agape”, termine greco che si può tradurre come “carità” o anche “amore”. Qual è il suo significato preciso? Nel mondo greco pagano la parola sembra indicare genericamente l'amore privo di qualsiasi connotazione erotica e/o sessuale.

Nella traduzione greca dell'Antico Testamento il termine è usato, invece, normalmente per indicare l'amore di Dio nei suoi vari aspetti; questa è la probabile fonte dell'uso cristiano della parola ed in conclusione, oltre ad avere fede e quindi amore verso Cristo, dobbiamo avere altrettanto amore e disponibilità verso il prossimo portando loro un aiuto e la nostra disponibilità sia dal lato affettivo che economico.)  

Non per niente, in conclusione, i primi due comandamenti sono in pratica quasi un tutt'uno: “io sono il Signore tuo Dio, non avrai altro Dio all'infuori di me”,....e “ ama il prossimo tuo come te stesso”.  
Solo quindi, attraverso la fede e la carità, quindi attraverso l'amore verso Dio e verso gli altri , si ottiene la “speranza”.

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